Eagle Cad Tips & Tricks: creare impostazioni di default

Eagle Cad Tips & Tricks: creare impostazioni di default

Eagle Cad è un potente strumento EDA (Electronic Design Automation) molto diffuso fra hobbisti e professionisti. Io lo uso da qualche anno e mi trovo davvero a mio agio. Contrariamente a quanto sostengono i suoi detrattori, Eagle Cad è intuitivo e versatile, molto più di quanto si possa immaginare. Nel corso della mia esperienza ho provato diversi CAD per elettronica (KiCad e FreePCB fra quelli open source, AutoTrax, Altium Designer e DipTrace fra quelli a pagamento, tanto per citarne alcuni) ma nessuno mi ha dato le sensazioni e la manovrabilità di Eagle Cad. Certo, non è tutto oro quello che luccica, pertanto parlerò un po’ male del mio software preferito prima di spiegarvi come ho risolto alcuni problemi di usabilità. (altro…)

SnipCard Convertitore ADC 24 bit per Arduino e Archiduino

SnipCard Convertitore ADC 24 bit per Arduino e Archiduino

La domanda che ci siamo posti è stata: è possibile costruire un convertitore ADC 24 bit per Arduino e Archiduino ad alta risoluzione che sia realmente utilizzabile fino all’ultimo bit? È possibile evitare il rumore tipico che si incontra a determinate bassissime tensioni? Riusciamo a farcene uno in casa? La risposta – se ce n’è una – la trovate in questo articolo, sempre tenendo a mente che chi scrive non è un ingegnere o un professore di elettronica e che quindi l’articolo potrebbe anche non essere esaustivo, metodico o scientificamente dimostrabile.

Introduzione

SnipCard ADC 24 bit sigma delta

SnipCard ADC 24 bit sigma delta: notare l’integrato LTC2484 accanto al jumper rosso. Piccino il DFN10, vero?

Per chi non sapesse cos’è un convertitore AD (o DA) bisognerebbe scrivere un libro a parte, ma sono sicuro che lo abbiano già fatto. Non sarà quindi il caso di questo modesto articolo. Sappiate che è un dispositivo per convertire un segnale analogico in digitale (AD) o digitale in analogico (DA). Facendo un esempiaccio: abbiamo il nostro microcontroller (un Arduino, diciamo) e dobbiamo leggere una tensione proveniente dal mondo esterno. Quello che ci serve è un ADC (analog to digital converter) in grado di trasformare – tramite un processo detto “campionamento” – questa tensione in bit in modo che il processore sia in grado di interpretarli. Allo stesso modo accade quando dobbiamo pilotare e modulare una tensione con un micro: in tal caso ciò che serve è un DAC (digital to analog converter), ovvero il dispositivo che trasforma la nostra scala di bit in una tensione.

Partiamo da un dato di fatto: Arduino non ha un convertitore AD integrato ad alta risoluzione. Le board Uno, Nano, Mini e Leonardo hanno a disposizione il solo AD interno degli ingressi analogici che è a 10 bit. Ciò significa che la lettura di una tensione su tali pin avverrà a una risoluzione di 1024 punti (1024 decimale = 1111111111 binario). Le board Due e Zero hanno gli AD a 12 bit (4096 punti). Arduino Mega 2560 ha solo AD a 10 bit.

Per chi non è pratico di questi numeri, ecco un esempio a contatto con la realtà. Prendiamo il caso in cui vogliamo leggere con un microcontroller una tensione variabile fra 0 e 5 volt. Se usiamo la classica funzione analogRead (PIN) avremo questi 5 volt suddivisi in una scala da 0 a 1024 elementi. Quindi logicamente avremo una sequenza di letture data dalla formula bit * vMax / adRes, la quale ci permette di notare che la nostra risoluzione massima è di quasi 5 mV (4,8 milliVolt).

Che cosa c’è che non va? Apparentemente nulla. Se dobbiamo monitorare il valore della tensione di una pila da 1,5 volt, ad esempio, per indicare al firmware di intervenire con un avviso di low battery, una risoluzione di 5 mV è ampiamente sufficiente. Così lo è per molte altre applicazioni dove la precisione al di sotto dei milliVolt non è indispensabile, come nel caso della lettura di una sonda di temperatura LM35Z, che ha una risoluzione di 10mV/°C.

«No, aspetta, torna indietro un attimo. Come sarebbe che la LM35Z ha una risoluzione di 10mV/°C? Quindi vuoi dirmi che avrò una lettura con un errore di +/- 0,5°C?». Sì, è così. Ed è in situazioni come queste che interviene la necessità di avere una maggiore risoluzione. Un AD a 12 bit in questo caso potrebbe già andare bene, ma cosa succede se vogliamo leggere i dati di una cella di carico che fornisce una tensione di 1 mV a fondo scala? Succede che il nostro covo di sinapsi più brillanti si mette a urlare: “Pump the resolution!”.

L’integrato LTC2484

Circuito di esempio per LTC2484

Circuito di esempio per LTC2484

Per tuffarsi nel mondo dei microVolt è consigliabile usare un convertitore AD a 24 bit, in modo da ottenere una risoluzione di appena 0,3 microVolt, ovvero 300 nanoVolt. La cara zia Linear ha prodotto – fra milioni di altri –  il chip LTC2484, un convertitore sigma delta differenziale a 24 bit di risoluzione massima. Per chi volesse farsi una cultura consiglio di leggere il datasheet e questa breve spiegazione su Wikipedia sul come funziona la modulazione a densità di impulsi sigma delta.

Per la SnipCard ADC 24 bit abbiamo scelto questo componente per le sue caratteristiche di stabilità termica e la sua buona riluttanza al rumore. Può essere gestito tramite protocollo SPI, cosa che lo rende fruibile senza bisogno di librerie strane. Ovviamente la qualità ha un prezzo: un singolo pezzo di questo integrato costa infatti oltre 6 euro. Seppure questa fascia di spesa sia ancora alla portata degli hobbisti, non lo è il package. Trattasi infatti di un minuscolo DFN a 10 pin, dalle dimensioni di soli 3 x 3 mm. Ogni suo piedino è largo 0,25 millimetri, quindi saldare questo componente è un lavoro fattibile ma richiede mano ferma, vista ottima, un po’ di esperienza e qualche malizia del mestiere.

Le incognite

Quando abbiamo optato per la realizzazione di un ADC a 24 bit ci siamo domandati se saremmo riusciti a realizzare una scheda in grado di “tenere alla larga” il rumore elettrico (banalizzando: i 50 Hz della tensione di rete) di cui sembrano andare pazzi i segnali a bassissima tensione. La Linear ha reso disponibili alcune application reference dove dà indicazioni su come va utilizzato l’integrato e sulle configurazioni software per migliorare la noise rejection ratio (NRR), ma oltre a questo – e ai loro costosi development kit – bisogna far da sé e trovare la via migliore con varie prove.

Le applicazioni

Cella di carico a trazione commercializzata da Idealtek: http://www.idealtec.it/prodotti/item/22-cella-a-trazione/50-celle-di-carico-a-trazione-e-compressione-serie-ts.html

Cella di carico a trazione commercializzata da Idealtek: http://www.idealtec.it/prodotti/item/22-cella-a-trazione/50-celle-di-carico-a-trazione-e-compressione-serie-ts.html

Sappiamo che uno dei sensori più usati e più “difficili” da leggere è rappresentato dalla cosiddetta cella di carico. Questi sensori sono presenti in tutti i sistemi di pesatura digitali, dalla bilancina che usiamo in cucina per la nostra dieta al sistema di calibrazione degli assi di una locomotiva. Su Wikipedia c’è un buon riassunto della modalità di funzionamento di una cella di carico. Ve la riporto per intero, per comodità (e per promemoria mio, ché con la teoria ho sempre qualche impiccio dovuto all’età):

Si tratta di uno strumento che rileva la deformazione meccanica di un oggetto in maniera indiretta, leggendola in millivolt o in V e trasformandola nella corretta unità di misura. Questo componente è generalmente costituito da un corpo metallico (Acciaio inox martensitico o Alluminio). Nel caso dell’acciaio, esso viene indurito con una tempra al fine di ottenere una maggiore rigidezza. Al corpo della cella di carico vengono applicati uno o più estensimetri che leggono la deformazione meccanica del materiale (di compressione o trazione) tramite la variazione di resistenza elettrica che tale deformazione causa sul loro circuito elettrico. Per amplificare l’entità del segnale la scelta più comune è quella di usare quattro estensimetri collegati tra di loro in una configurazione a ponte di Wheatstone. Esistono configurazioni più semplici che prevedono l’impiego di uno o due estensimetri. Il segnale elettrico ottenuto (differenziale) è normalmente dell’ordine di pochi millivolt e richiede un’ulteriore amplificazione con un amplificatore da strumentazione prima di essere utilizzato. Il segnale viene poi eventualmente elaborato mediante un algoritmo per calcolare la forza applicata al trasduttore. È richiesta la correzione delle non linearità, calibrazione, compensazione delle variazioni dovute alla temperatura, ecc.

Ecco il punto saliente: bisogna badare alla non linearità, alla calibrazione e alla compensazione delle variazioni dovute alla temperatura. Non solo sulla cella di carico in sé (problemi di cui si deve preoccupare il suo costrutture) ma anche sulla scheda che dovrà leggere e misurare il segnale proveniente da tale cella. Per metterci al riparo dai problemi abbiamo usato componenti di alta qualità, resistenze a bassa deriva termica e, soprattutto, una voltage reference di fascia alta che da sola costa come tutta la scheda. Infatti il chip LT1236-A di Linear è una vref ad alta stabilità (2ppm/°C) con una precisione dello 0,05%. Questa scelta permette a un progettista di evitare in un progetto già “critico” almeno le più comuni fonti di errore, come una vRef troppo variabile che altererebbe il segnale di uno degli ingressi del comparatore.

Lo schema

Schema SnipCard ADC 24 bit

Schema SnipCard ADC 24 bit

La scheda è dotata di un regolatore a 5 VCC perché Archiduino non ha a disposizione questa tensione sulla base board (che lavora a 12 e 3.3 volt). I 5 volt servono anche per alimentare il sensore o la cella di carico e sono presenti sul connettore CN3.

Il chip LT1236, incaricato di fornire la vRef, ha un package SOIC8 ed è pin compatibile con l’ADR03 di Analog Devices, un altro ottimo vRef (a 2,5 volt) dal costo meno proibitivo.

Per le applicazioni non troppo critiche si può usare la vRef a 2,5 volt di Archiduino (fatta con un LM4030-2.5, una Signora vRef, mica bruscolini) e risparmiare il costoso LT1236. La SnipCard è dotata di ponticelli per fare la scelta opportuna e di un divisore di tensione per adattare la reference alle esigenze specifiche di ogni singolo progetto.

La scheda è stata progettata per poter ospitare in alternativa il chip LTC2485, il fratello del LTC2484, nel caso volessimo utilizzare la comunicazione I2C bus anziché la SPI. Per fare ciò bisogna però agire sui ponticelli SJ3 e SJ2 in modo da convogliare i segnali sui pin corretti.

I test

Le prove effettuate in laboratorio ci hanno dato risultati molto incoraggianti. Collegando una cella di carico di una comunissima bilancia da cucina super economica abbiamo ottenuto un valore stabile, privo di rumore, approssimato a +/- 100 microgrammi. La tensione letta con tale carico era di appena 0,000015 volt (15 microvolt). Una volta effettuata la calibrazione con pesi campione certificati da 1 grammo e 100 grammi abbiamo ripetuto i test e abbiamo fatto le verifiche con un litro di acqua distillata, ottenendo un sorprendente valore di 999,981 grammi. Poteva essere più preciso? Sì, ma ricordiamo che la cella di carico usata era ultra cheap con una non-linearità assai accentuata.

Conclusioni

Pur non avendo per le mani uno strumento calibrato in qualche blasonato Istituto di Metrologia, possiamo dire che la SnipCard ADC 24 bit è un ottimo convertitore analogico/digitale che può essere usato in svariati settori, non solo per le celle di carico ma anche per leggere con ottima precisione una termocoppia o una sonda di temperatura al platino tipo PT1000. Il metodo costruttivo è quello consueto delle SnipCard per Archiduino, dove ogni ingresso è protetto da sovratensioni e disturbi. In tal modo possiamo usarla sul nostro microcontroller anche in ambito industriale senza pericolo di ottenere dati errati o, peggio ancora, di veder andare in fumo la SnipCard o la CPU per qualche extratensione tipica degli ambienti di lavoro dove operano motori, attuatori e macchinari ad alta potenza.

 

Archiduino by Seletronica – Presentazione

Archiduino by Seletronica – Presentazione

Nel 2014 la Seletronica s.a.s. di Valgrana, in provincia di Cuneo, ha progettato e realizzato un controller compatibile con Arduino chiamato Archiduino. No, non è un clone di una delle tante board Arduino, è un vero e proprio controller modulare basato su CPU Atmel ATMega32U4 (quella di Arduino Leonardo), ingegnerizzato per poter essere usato in contesti impiantistici sia in ambito domestico che industriale. Con esso sono state ideate e messe in commercio diverse schede di espansione e/o condizionamento segnale, denominate SnipCard. Ad oggi la dotazione è abbastanza completa al fine di soddisfare praticamente tutte le esigenze di lettura e scrittura di segnali analogici e digitali. Lo abbiamo provato per voi e vi raccontiamo com’è andata.

Descrizione del prodotto

Archiduino boxed

Archiduino boxed

Archiduino è composto da una scheda base in formato 102 x 98 mm, adatta a essere montata nei contenitori standard per barra DIN, con sopra inserita una scheda CPU. La scheda base è dotata di 12 slot per il montaggio di altrettante SnipCard o, in alternativa, di relé di potenza o di optoisolatori. La scheda base può essere assemblata a piacimento, secondo le necessità del progetto, salvo alcuni vincoli tecnici che andremo a spiegare in dettaglio più avanti. Per ogni canale presente in corrispondenza degli slot vi sono morsetti a 3 vie a innesto rapido per il cablaggio esterno. Sopra alla scheda della CPU può essere montata la scheda Display dotata di LCD a 16×2 caratteri e 4 pulsanti configurabili via software. Il tutto è predisposto per entrare in un contenitore per barra DIN, fornito a richiesta.

La scheda base

Archiduino Base Board

Archiduino Base Board

La scheda base (anche detta base board) è costruita in modo che la CPU venga montata perpendicolarmente al centro della scheda e tutto il resto dello spazio sia a disposizione per gli slot. Su un lato è presente il piccolo alimentatore. Sui due lati più larghi vengono montati i connettori maschi per le spine estraibili adatte a un cablaggio esterno pratico e ordinato.

In ognuno dei 12 slot della scheda base vi sono due alimentazioni e segnali pilotabili a seconda del tipo di funzione che si vuole dare allo slot. Non tutti gli slot sono configurabili, a dire il vero, in quanto alcuni di essi sono usati per funzionalità specifiche come il bus SPI o la porta di comunicazione che in ambiente Arduino corrisponde alla Serial1. Il sistema offre comunque un’ampia gamma di scelte, un po’ come si fa con i connettori per gli shield di Arduino: i pin del processore sono veicolati su un piedino specifico del connettore, è poi l’utente a scegliere quali usare.

Ognuno degli slot sulla scheda presenta la piedinatura e i fori (o pad SMD) per montare a) una SnipCard oppure b) un relé SPDT (Single Pole Double Throw, ovvero i contatti di un classico deviatore) oppure c) due optoisolatori SMD. Sullo slot arrivano le connessioni di alimentazione (12VCC, 3.3VCC , AGND e GND) e un quinto pin è connesso al VREF della scheda CPU, che può essere scelta fra quella del micro ATMega o una VRef esterna di precisione, nella fattispecie un’affidabile LM4030-2.5 di Texas Instruments che garantisce un’accuratezza dello 0,05% e un coefficiente di temperatura di appena 10 ppm/°C.

Gli altri 3 canali disponibili (il socket è a 4×2 pin passo 2,54 mm) portano altrettanti segnali direttamente dai pin del processore secondo la mappatura predisposta. Questa configurazione a 3 segnali per slot è dovuta allo scopo originale della base board, nata per il fratello maggiore Archimede, ovvero il controller che monta la CPU con micro ARM Cortex M4 a 32 bit e 168 MHz della famiglia STM32. Tale processore ha molti più I/O che possono essere usati per gestire un terzo segnale per ogni slot (ad esempio un led di status). Su Archiduino si usano principalmente due segnali per slot (salvo nel caso dello slot 1 che ha 4 segnali, quelli del bus SPI, e dello slot 2 che ha i canali per la seriale, RX/TX/GND).

La CPU

Archiduino CPU front view

Archiduino CPU front view

La scheda che monta il processore ATMega32U4 (a breve sarà disponbile anche il più potente 1284) è un piccolo concentrato di ordine, pulizia e buon senso. Nei 102 x 32,5 mm mette a disposizione – oltre al processore stesso – i fondamenti per costruire un valido controller, già integrati o comunque integrabili a richiesta. A bordo infatti ha:

–          un pratico RTC (Real Time Clock) basato sul noto DS1337, alimentabile con batteria tampone (fornita a parte).

–          una EEPROM da 2K (espandibile come opzione fino a 64K)

–          un driver ULN2003 (o ULQ2003) per il pilotaggio dei relé sulla scheda base

–          uno slot per SD Card (montato a richiesta)

–          i connettori per display LCD con indirizzi standard per LCD parallelo ma con configurazione predefinita per la scheda studiata appositamente per Archiduino, funzionante via I2C bus.

–          un connettore ICSP per caricare il bootloader sulla CPU

–          uno slot per connettore Gadgeteer, necessario se si vuole usare la SnipCard Ethernet

–          una voltage reference di precisione, di cui abbiamo già parlato, basata su LM4030-2.5

–          il connettore USB Micro tipo B per la connessione al PC e il caricamento del firmware

La costruzione è ordinata, logica, rispettosa delle best practices, sintomo che è stata progettata da qualcuno che conosceva davvero bene il suo mestiere, seppure si percepisca chiaramente un equilibrato approccio minimalista, nel senso più positivo del termine. Come sulla scheda base, anche qui in tutti i transiti di segnali o di tensioni ci sono preziosi filtri EMI e/o scaricatori TVS della serie GSOTxx. Vi sono anche due regolatori di tensione per i 5 VCC e i 3,3 VCC, ma solo il secondo è montato di default in quanto necessario per fornire la tensione ai circuiti digitali e al micro. I 5 volt sono opzionali e possono servire se abbiamo da alimentare qualche dispositivo (entro i limiti di corrente disponibile) connesso ad Archiduino.

Archiduino CPU hardware resources - front view

Archiduino CPU hardware resources – front view

Tramite una serie di ponticelli a saldare si possono configurare quasi tutte le opzioni del sistema, come la possibilità di alimentare la CPU Archiduino via USB, o abilitare/disabilitare gli slot destinati all’uso con i relé di potenza, o – ancora – configurare il tipo di display LCD che si intende connettere al sistema.

Di fatto la CPU è utilizzabile tale quale, senza bisogno della scheda base. Considerato che con il suo prezzo di 24,90 euro costa come un Arduino Leonardo, ma offre decine di funzionalità integrate in più, può essere tranquillamente acquistata e usata in modo stand-alone. Certo non si possono connettere gli shield di Arduino in modo diretto, perché non sono previsti socket con piedinatura e passo compatibili, ma con pochissimi cavi da breadboard – che comunque andrebbero usati anche con Arduino – si può collegare qualsiasi shield già presente sul mercato. Certo che un sistema modulare di questo spessore sarebbe sprecato a essere impiegato alla stregua di un giocattolo, ma questa è la nostra modesta opinione e chiunque è libero di usarlo come meglio crede.

La scheda LCD

LCD Display with keyboard

LCD Display with keyboard

A completare il corpo centrale del sistema è stata prodotta una geniale scheda LCD. Geniale perché in uno spazio minimo (vincolato dalle dimensioni del contenitore per barra DIN) è stato inserito un display 16×2 compatibile HD44780 pilotato da un PCF8574 che ne trasforma la comunicazione con la CPU da parallela a I2C. Cosa significa? Che si risparmiano molti pin di processore: ne bastano due per il display e uno per la tastiera. Già, perché c’è anche una keypad a 4 tasti connessa a un pin analogico, comodissima quando si deve creare un sistema in grado di ricevere parametri manualmente da parte di un operatore. La scheda LCD è alimentata a 5 volt ed ha a bordo il suo regolatore di tensione, a sua volta alimentato dai 12 volt dell’alimentatore sulla scheda base attraverso le piste della scheda CPU.

Una cosa curiosa che abbiamo notato quasi subito è che il display LCD è del tipo a doppia piedinatura, cioè con 16 pin sopra allo schermo e altri 16 pin, replica dei primi, sotto allo schermo. Non si tratta di display molto comuni in commercio, visto che di solito si trovano (a badilate, lasciateci dire) quelli con i soli pin sopra allo schermo. Questo display si connette con i pin SOTTO allo schermo, e potrebbe essere un po’ difficoltoso reperirne uno per doverlo sostituire in caso di guasto.

Caratteristiche salienti

Archiduino si distingue dal buon Arduino e da altri controller simili per una serie di particolarità che lo rendono unico e veramente versatile.

Modularità

Archiduino - 3D view

Archiduino – 3D view

Il vero punto di forza sta nella possibilità di assemblare un intero sistema di controllo in un contenitore di 106 x 96 mm (corrispondente a 6 moduli DIN). Per la maggior parte dei progetti non c’è bisogno di alcuna interfaccia esterna – e di nessun filo volante, finalmente -, si fa tutto dentro questa “minuscola” scatola. Ci siamo chiesti quali fossero i limiti fisici del sistema, e abbiamo fatto un po’ di simulazioni. Ecco i risultati:

  • max numero di relé di potenza (SPDT) installabili sulla scheda base: 9
  • max numero di porte seriali hardware: 1
  • max numero di porte seriali software: 11
  • max numero di snipcard ethernet: 1 (a causa del connettore Gadgeteer)
  • max numero di ingressi optoisolati: 24
  • max numero di canali ADC: 20
  • max numero di canali DAC: 20
  • max numero di relé a bassa potenza (SPST): 20
  • max numero di uscite PWM: 7 (limitate dalla CPU)

I numeri sopra riportati sono semplicemente impressionanti: stiamo parlando di 106 x 96 millimetri, e non di scandalosi panini di shield e grovigli di cavi. Immaginate 20 relé SPST (single pole single throw, ovvero contatto pulito a una via) in queste dimensioni minuscole! E stiamo parlando di SnipCard a doppio relé completamente protette in ingresso e in uscita, con tanto di MOV (Metal Oxide Varistor) su ogni canale. Come se non bastasse, ognuna di queste schede può essere configurata per il funzionamento con interblocco hardware di un relé sull’altro. Insomma, è evidente che il target di questo sistema è il mondo impiantistico, mentre il costo – irrisorio, se proporzionato alla potenza e alla sicurezza del sistema – è ampiamente entro la fascia hobbistica.

Sicurezza

ESD Test

ESD Test

Usato nel modo corretto (base board + scheda CPU e SnipCards) Archiduino è un carro armato. Se aveste avuto (come noi) la possibilità di leggere i report dei test di laboratorio per la certificazione CE, avreste potuto notare a quali e quanti esami è stato sottoposto, e con che grado sono stati superati. La cosa che più ci ha impressionati è la totale, assoluta inerzia quando colpito da valanghe di onde radio ad alta potenza (parliamo di sweep da 80 MHz fino a 1 GHz con potenza media di 150 / 200 Watt) irradiate con antenne direttive a distanza di 3 metri, come da normativa ISO. Un mattone avrebbe reagito peggio, se vogliamo usare un paragone poco ortodosso. E pensare che in un non lontano passato abbiamo visto apparecchiature elettroniche – certificate CE (sic) – imballarsi per la sola vicinanza di un telefono cellulare.

Altro aspetto significativo è rappresentato dal ruvido test per misurare la suscettibilità alle scariche elettrostatiche, anch’esso superato brillantemente fino alla tensione di 15 KVolt. Vi sembrerà un’enormità, ma tenete presente che quella piccola ma dolorosa scintilla che si crea quando scendiamo da certe auto e tocchiamo il cancello di casa è all’incirca fra i 12 e i 15 mila volt. Immaginatela scaricata attraverso un apparecchio elettronico non dotato di TVS o altre protezioni: una strage, fidatevi.

Semplicità di programmazione

Arduino IDE

Arduino IDE

Archiduino è compatibile con Arduino, sì o no? Sì, totalmente, e lo dimostra il fatto che si programma tramite Arduino IDE impostando come board il buon Arduino Leonardo. Abbiamo fatto diverse prove usando sketch già scritti e non abbiamo riscontrato alcun problema. Le librerie a disposizione sono abbastanza semplici da capire e non occupano molto spazio. Con pochi passaggi si può creare la board Archiduino, come nell’immagine qui accanto.

Archiduino Base Board - Signals definition map

Archiduino Base Board – Signals definition map

Ci ha colto un po’ di sorpresa la differente denominazione dei pin, ma poi, leggendo il manuale della CPU, abbiamo capito il meccanismo e tutto è diventato più facile. Per comodità, e per rispecchiare quello che si presenta sulla scheda base, i pin sono raggruppati per modulo. Come abbiamo detto i moduli disponibili sono 12, quindi per indirizzare il pin corrispondente al morsetto B del modulo 10 dovremo semplicemente scrivere M10B. Cosa comporta all’atto pratico questa variazione? Se prendiamo uno sketch scritto per Arduino avremo le solite denominazioni D10, A1, D0 eccetera, come da corrispondenza con la serigrafia sui connettori per gli shield. Su Archiduino, per adattare lo sketch e indirizzare i segnali dove richiesto, dovremo solo rinominare i pin per portarli al modulo che ci interessa. E se vogliamo mantenere la denominazione di Arduino nessuno ce lo vieta, basterà seguire la tabella di confronto delle mappature disponibile nel manuale della CPU e sul sito di Archiduino.

Bene, per oggi è tutto. Nel prossimo articolo parleremo delle SnipCard e vi mostreremo alcune prove che abbiamo fatto con Archiduino. Se vi è piaciuto questo articolo non abbiate timore a lasciare un commento, risponderemo a qualsiasi domanda.

Il carico elettronico, o dummy load – parte #2

Il carico elettronico, o dummy load – parte #2

Avevo anticipato la volta scorsa che avrei parlato del carico elettronico a resistenza variabile, ma dovrò ancora rimandare perché in questo episodio voglio presentare una modesta miglioria al carico a resistenza fissa di cui ho spiegato i princìpi. Avevo infatti presentato immagini e schema di un carico “brutale”, messo insieme alla buona e con pezzi di recupero. Per chi volesse costruirsene uno ho pensato di rendere la cosa un po’ meno rustica.

Cadsoft Eagle CadIl progettino è semplice ma prevede che sappiate farvi un circuito stampato a singola faccia e che sappiate usare trapano e maschio da filettatura. Non siete in grado? Consiglio di imparare, è da qui che si parte quando si vuol fare qualcosa “da sé”. Qui sotto trovate lo schema e il layout del PCB (printed circuit board, il circuito stampato insomma) in formato PDF, in modo che possiate stamparlo su un lucido così com’è. Questa scelta è data dal fatto che molti principianti e hobbisti usato la versione free di Eagle Cad, che non permette lo sviluppo di schede maggiori di 100 x 80 mm. La nostra scheda è di 160 x 100 mm, il cosiddetto formato europeo standard, fatta con Eagle Cad versione commerciale, quindi se vi avessi allegato il file non avreste potuto aprirlo. Come potrete vedere la scheda è molto semplice ed è facilmente realizzabile in casa, sia con un bromografo e le piastre presensibilizzate, sia con i trasferibili o il print & peel, sia con una fresa per lavorare direttamente sul rame in positivo.

Download disponibili:

Dummy load di base – PCB layout
Dummy load di base – schematic

Dummy load - PCB Layout

Dummy load – PCB Layout

Le piste sono volutamente ciccione perché così non abbiamo problemi nel flusso di corrente. Per la connessione delle resistenze al PCB ho usato un vecchio trucchetto che evita fastidiose saldature di pioli, piedini, terminali, strip-line cavi o quant’altro. Ho infatti usato il connettore Faston da 6,3 mm a saldare (Eagle footprint con-rib ST6,3) sfalsato di circa un millimetro rispetto all’asse dei terminali delle resistenze. In tal modo è possibile montare tutta la scheda, saldare i connettori facilmente e col rame rivolto verso l’alto senza bisogno di bloccaggi o nastro di tenuta o altre diavolerie per evitare che i pioli / terminali si sfilino e cadano. Soprattutto, non dimentichiamolo, con una connessione di questo tipo non corriamo il rischio di fondere qualcosa: i terminali da 6,3 x 0,8 mm portano infatti fino a 24 Ampere di corrente.

L’aletta di raffreddamento è di recupero, presa dal ferrivecchi per pochi spiccioli. Non era molto bella e aveva già qualche foro, ma per questo lavoretto era più che sufficiente. Gli ho dato una pulita con la mola flessibile e poi l’ho verniciata con vernice acrilica spray nera per alte temperature, quella per stufe o marmitte (non che sia necessaria per il progetto, ma è una vernice che trovate in qualsiasi colorificio o fai-da-te, aderisce molto bene sull’alluminio e non fa odori). Un consiglio: appena verniciata, soffiate l’aletta con un soffiatore ad aria calda a 350°C per una ventina di secondi. La vernice asciuga immediatamente e aderisce in modo perfetto. Resterà così senza spellare o “spolverare” per lungo tempo.

Montaggio step by step

1 Preparare il PCB (per chi non sapesse come fare consiglio di guardare uno dei tantissimi tutorial che si trovano in rete, qui un esempio)

Il PCB dopo lo sviluppo col bromografo

Il PCB dopo lo sviluppo col bromografo

2 Forare i segnaposto dei distanziali e delle asole delle resistenze con una punta da 2 mm (al quinto step capirete il motivo)
3 Posizionare la scheda col rame rivolto verso il basso sull’aletta di raffreddamento e centrarla (o metterla nella posizione finale desiderata)

Centratura della basetta prima della punzonatura

Centratura della basetta prima della punzonatura

4 Fissare con del nastro la basetta in modo che non muova dalla posizione impostata

Punzonatura con PCB bloccato dal nastro

Punzonatura con PCB bloccato dal nastro

5 Marcare l’alluminio con un punzone a scatto diam. 2 mm (tipo questo, venduto come rivettatrice ma nato come punzone). Vedere immagine del punto 4.

L'aletta dopo la punzonatura

L’aletta dopo la punzonatura

6 Forare nuovamente la basetta, allargando i precedenti fori da 2 mm (che servivano per fare un bel lavoro al passaggio 5). I fori per i distanziali vanno diam. 3,5 mm, quelli per le asole delle resistenze vanno da 4 o 5 mm, dipende da quale tipo di vite userete per fissare le resistenze all’aletta.

PCB pronto al montaggio

PCB pronto al montaggio

7 Forare gli spazi per i connettori a banana: quelle che ho usato io chiedevano un foro da 6 mm (un “quasi” standard). Misurate col calibro prima di forare, vi eviterà di andare a casaccio.

Una misurata al filetto delle banane non guasta mai

Una misurata al filetto delle banane non guasta mai

8  Con una punta da 2,5 mm, forare l’aletta di raffreddamento nelle marcature precedentemente segnate (al passaggio 5). Prima di forare se volete potete dare una controllata se le punzonature sono nella posizione corretta, mettendovi sopra le resistenze nel loro layout finale.

Prova di posizionamento delle resistenze

Prova di posizionamento delle resistenze

9 Montare su un avvitatore il maschio da 3 mm: io uso quello con inserto rapido esagonale, molto comodo e robustissimo. Filettare tutti i fori dell’aletta. Se si sente un “affaticamento” del maschio, bagnare con un po’ d’olio meccanico per facilitare la rotazione. Si può così procedere a posizionare le resistenze per una prima prova.

Proviamo se i nostri fori sono precisi

Proviamo se i nostri fori sono precisi

10 Ok, ve lo dovevo dire prima, ma ora smontate di nuovo le resistenze (se è tutto ok con fori e filetti) e prendete la pasta termoconduttiva a base siliconica e una spatolina.

Pasta termoconduttiva

Pasta termoconduttiva

11 Posizionare le resistenze sull’aletta partendo da sinistra con la 4,7 ohm e via via le altre da 1 ohm. Date una bella spalmata di pasta (senza esagerare). Anche se qui non è indispensabile, è buona norma utilizzarla in tutti i casi in cui ci sia calore da dissipare su un’aletta.

Una lieve spalmata di pasta termoconduttiva

Una lieve spalmata di pasta termoconduttiva

12  Fissare le resistenze con bulloncini M3 x 6mm. Io uso quelli di tipo TCEI (testa cava esagono interno) perché ho i caccaviti con brugola da 2,5 mm. Se preferite testa a croce o a taglio non c’è problema, badate solo che siano filetti M3 passo 0,5 mm

Fissiamo le resistenze (lo so, la foto è la stessa di prima ma non ne avevo una specifica. Il concetto si capisce lo stesso)

Fissiamo le resistenze (lo so, la foto è la stessa di prima ma non ne avevo una specifica. Il concetto si capisce lo stesso)

13  Posizionare e stringere (non troppo) i distanziali 5 x 20 mm. La delicatezza è d’obbligo altrimenti un filetto da 3 mm nell’alluminio sottile salterebbe via e dovremmo rifare tutto. Nell’alluminio più spesso invece si spacca il filetto del distanziale, e poi a toglierlo son dolori…

Dettaglio del montaggio

Dettaglio del montaggio

14  Assemblare e saldare i terminali Faston sulla scheda LATO RAME: con distanziali da 20 mm servono Faston da 15 mm, se usiamo distanziali da 15 mm i Faston saranno da 8 / 10 mm max.

Saldatura dei faston lato rame

Saldatura dei faston lato rame

15 Tagliare le sporgenze dei reofori dei Faston, in modo da avere una superficie pulita e liscia (vedrete al punto 20 il perché)

Resta solo da mettere l'etichetta

Resta solo da mettere l’etichetta

16 Posizionare la scheda sull’aletta: se non abbiamo fatto casini, i fori dei distanziali corrisponderanno con precisione, e i terminali Faston andranno accanto (a contatto, praticamente) ai terminali delle resistenze.

Posizionamento dei faston

Posizionamento dei faston

17  Fissare la scheda sui distanziali con bulloncini M3 x 6mm

dettaglio vite M3

dettaglio vite M3

18  Saldare i reofori delle resistenze ai terminali Faston

I faston saldati alle resistenze

I faston saldati alle resistenze

19  Posizionare le banane nei fori precedentemente fatti, mettendo la rondella a contatto col rame. Chiudere aiutandosi con una chiave da 8 mm.

Montaggio delle banane

Montaggio delle banane

20  Stampare su adesivo per laser la tabella dei valori (di cui nel precedente episodio) e le diciture identificative delle banane.

Il nostro dummy load completato

Il nostro dummy load completato

 

Et voila. Il montaggio è fatto, ora non ci resta che fare qualche test. Come vedrete dalle immagini, i valori sono molto vicini a quelli teorizzati e stampati sull’etichetta. Se la tabella non è precisissima non importa, ci serve solo come riferimento di massima e ci evita ogni volta di prendere la calcolatrice. Semplice, no? Arrivederci al prossimo episodio.

 

 

Il carico elettronico, o dummy load – parte #1

Il carico elettronico, o dummy load – parte #1

Quando ci troviamo per le mani un alimentatore, se siamo animati dallo spirito della ricerca e della curiosità è normale che ci poniamo delle domande: è davvero in grado di erogare la potenza dichiarata sulla targhetta? La tensione nominale sarà uguale a quella effettiva? La corrente continua sarà davvero “continua” oppure ci sarà un residuo di alternata? E quanto sarà “grande” questo residuo in alternata, o ripple? Un alimentatore con cosa va misurato? Posso farlo da me o devo comprare strumenti costosi? Sarebbe utile un carico elettronico?

Costo stimato: circa 25 €

Difficoltà: principiante

Per avere queste risposte basta relativamente poco, dove il “poco” dipende da quale scala di valori vogliamo ottenere. Se il nostro obiettivo è capire se c’è un residuo di alternata in un alimentatore ci basta un multimetro da 40 euro, se invece vogliamo distinguere il ripple dal rumore (noise) in maniera precisa dobbiamo salire di prezzo fino a poter disporre di oscilloscopi, carichi elettronici e delicatissime sonde differenziali che costano più della somma degli strumenti in grado di leggerle.

Uno strumento indispensabile per qualsiasi test di base su un alimentatore è il carico elettronico, o dummy load. Si tratta di un “simulatore di resistenza” che, applicato all’uscita dell’alimentatore sotto test, permette di applicare appunto una resistenza di carico e far erogare all’alimentatore la corrente desiderata. Uhm, scritto così potrebbe sembrare un po’ complicato (o stupido, dipende da come lo si guarda). Diciamo che è una vera e propria resistenza (ho usato il termine “simulatore” perché la maggior parte dei carichi elettronici usa le proprietà dei mosfet di potenza per simulare appunto una resistenza variabile, ma di questo parleremo altrove) che viene messa fra il polo positivo e quello negativo di un alimentatore, facendo sì che scorra una determinata corrente attraverso essa. È come se mettessimo una lampada, o un motore, ovvero un cosiddetto carico.

Facciamo due calcoli

Veniamo alle cifre. Avete presente la legge di Ohm? Bene. In base ad essa, se voglio far erogare 1 Ampere ad un alimentatore da 5 Volt, devo applicare una resistenza da 5 Ohm (R = V/I ovvero 5 V / 1 A = 5 ohm). Facile, no? Certo, ma oltre al valore in Ohm non dimentichiamo un altro parametro fondamentale: la potenza, o capacità di dissipazione, espressa in Watt. I Watt nella corrente continua sono il risultato di Volt x Ampere, quindi nel nostro esempio avremo 5 Volt x 1 Ampere = 5 Watt. Pertanto ecco che abbiamo costruito il nostro primo carico elettronico: una resistenza da 5 Ohm e 5 Watt posta fra polo positivo e polo negativo dell’alimentatore. Ma è davvero così facile? In teoria sì, in pratica dobbia prestare attenzione ad alcuni altri aspetti.

Se applico alla lettera l’esempio precedente, la mia resistenza arriverà a una temperatura prossima agli 80/90°C in pochi secondi. Se fate come facevo io da ragazzo per capire se una resistenza scaldava (il metodo “proviamo a toccarla col dito indice”), a quelle temperature è quasi garantita la scottatura, quindi prestate parecchia attenzione. Questo accade perché la potenza nominale della nostra resistenza è al suo limite massimo. Se vogliamo dimensionare adeguatamente il nostro primo carico fittizio, dobbiamo scegliere una resistenza da 10 Watt: scalderà di meno e durerà più a lungo. Come per tutti i componenti, anche per le resistenze di potenza (così si chiamano in autodidattese le resistenze con valori superiori a 2 Watt) è opportuno stare larghi coi valori di dissipazione massima e corrente massima. Se sono previsti 5 Watt di potenza dissipata, mettete la resistenza da 10 Watt. Se ne sono previsti 50, mettete quella da 100. Non lesinate su queste cose, ne trarrete solo vantaggi.

Complicazioni

Cosa succede però quando il mio alimentatore non è a 5 Volt come nell’esempio? Prendiamo un alimentatore che eroghi 12 V a 10 A massimi. Per fargli tirar fuori la massima potenza dobbiamo applicare una resistenza pari a 12 V / 10 A = 1,2 Ohm con una capacità di dissipazione di almeno 120 W (12 V x 10 A). E qui comincia a farsi problematica: se una resistenza da 5 W la troviamo da qualsiasi rivenditore, quella da 120 W (minimo, ricordate) è più difficile da reperire. In questi casi ci si mette a fare i conti per tre motivi:

  • trovare il valore di resistenza adeguato
  • trovare la capacità di dissipazione adeguata
  • trovare il compromesso meno costoso, salvando il portafogli

Calcolatrice alla mano, vediamo come si può risolvere la questione: sapendo che con le resistenze poste in serie i valori in Ohm si sommano, e poste in parallelo si dividono secondo le note formule che trovate ovunque sul web, possiamo trovare un compromesso consistente in 4 resistenze da 4,8 Ohm / 50 W poste in parallelo. Il valore ottenuto sarà di 1,2 Ohm con una “portata” di 200 W massimi. Peccato che le resistenze da 4,8 Ohm non siano standard, dovremmo sceglierle da 4,7 Ohm, ottenendo un valore di 1,17 Ohm circa, che con la tolleranza media delle resistenze di potenza (5%) potrebbe diventare 1,22 ohm o 1,11 ohm. Per un test di massima possono andare bene, ma se vogliamo la precisione non è questa la strada giusta.

Non dimentichiamo poi che dissipare 120W non è un gioco. Le resistenze di potenza (quelle corazzate, soprattutto) sono in grado di sopportare tale potenza perché hanno il filamento annegato in una specie di cemento antifiamma. Se però non vogliamo trasformare il nostro dummy load in una stufetta, o fare gli aloni marroni sul nostro banco da lavoro, o peggio ancora fare i nostri polpastrelli al barbecue, è opportuno che fissiamo le nostre resistenze su un’aletta di raffreddamento di adeguate dimensioni. Insomma, la vita è difficile anche per un modesto hobbista!

Costruzione di un semplicissimo dummy load

Come fare, dunque? Ecco la mia soluzione “da battaglia”, un semplice carico resistivo costruito su un’aletta di raffreddamento recuperata dal rottamaio usando una manciata i resistenze che avevo nel cassetto. Non è variabile in modo continuo, come potrebbe essere un carico elettronico, ma permette con pochi passaggi di applicare una resistenza espressa in una scala di valori abbastanza standard per i test su piccoli alimentatori a tensione fissa. Per costruirlo dovete procurarvi il seguente materiale (i link sono suggerimenti basati sui miei gusti personali e sulla qualità del rivenditore citato, ognuno si senta libero di acquistare ciò che desidera e dove desidera farlo):

Il dimensionamento delle resistenze è persin esagerato, se vogliamo fare un appunto. In questa configurazione è in grado infatti di dissipare da un minimo di 50 W a un massimo di 210 W. Ma mi sono tenuto largo perché magari usandolo con tensioni maggiori, fino a 12 V con 12 A per esempio, potremmo arrivare anche a 144 Watt di potenza dissipata (che non è sopportabile dalla singola resistenza, vedere avvertenze e tabella di riferimento). Come vedrete dalla tabella sotto riportata (calcolata sulle tre tensioni di alimentazione più comuni: 12 Volt, 5 Volt, 3,3 Volt), a seconda di dove posizionerò le mie sonde sulle banane di uscita, otterrò un carico resistivo di valore diverso e compreso da 1 Ohm a 8,7 Ohm. Per ognuno dei valori avrò il corrispondente in Watt e Ampere. Per praticità, se vorrete potrete stampare questa tabella su carta adesiva e applicarla sul carico, così da aver sempre sotto mano il massimo raggiungibile senza pericolo di overheating (sovrariscaldamento).

Attenzione: nel caso vogliate costruire il carico esattamente come rappresentato in questo post, non applicate carichi superiori a 50W per ogni singola resistenza! Pericolo di sovratemperatura! Vedere tabella di riferimento.

 

Tabella calcolo per carico resistivo

Tabella calcolo per carico resistivo

Schema dummy load base

Schema dummy load base

 

Lo schema è semplice (vedere figura a lato): le resistenze sono collegate in serie e a ogni giunzione c’è una presa fatta col cavo da 2,5 mm² che porta alla rispettiva banana. Alle banane vanno collegati i classici cavi con spina “a listello” in grado di portare la corrente prevista. Non usate cavi di sezione troppo piccola perché, oltre ad applicare essi stessi una resistenza aggiuntiva, scalderanno e si fonderanno (e non è bello, fidatevi). Con un multimetro posizionato sulla massima misura di corrente (tipicamente 10 Ampere) collegato in serie sul polo positivo, potremo controllare il reale assorbimento di corrente: questo valore è indispensabile se il nostro alimentatore non ha un display o un indicatore a lancetta con la misura della corrente erogata.

Nella fotogallery potrete vedere varie fasi e configurazioni utili al vostro scopo. Le resistenze usate nel mio prototipo sono di potenza inferiore a quella descritta nel progetto, ma erano le sole a mia disposizione.

Nella prossima puntata

E se volessi mettere sotto carico un alimentatore a tensione variabile, ad esempio per coprire il range da 1,5 a 24 V, con una resistenza fissa come quella usata nel primo esempio? L’impresa è fattibile ma poco edificante: ammesso che il nostro alimentatore possa erogare così tanti Ampere, succederebbe che verrebbe applicato un carico di 1,5 V / 1,2 Ohm = 1,25 A sulla tensione minima, e 24 / 1,2 = 20 A alla tensione massima (con una dissipazione potenziale di 480 W)! Come direbbe il buon Dave Jones: “Hopeless!”. Senza speranza! Per poter risolvere il problema dobbiamo applicare una resistenza di carico che mantiene invariata la corrente al variare della tensione, pertanto bisogna per forza usare un dummy load a corrente costante. Di questo però parleremo la prossima volta.

Risorse

Un po’ di link utili per facilitare il calcolo delle resistenze in parallelo e in serie, con una fondamentale aggiunta: il calcolo esatto della dissipazione

Gallery

 

Novità autunno / inverno 2015

Novità autunno / inverno 2015

Negli ultimi mesi, in collaborazione con Seletronica e Novatronica, ho lavorato a diversi progetti e sperimentato un  po’ di tecnologie vecchie e nuove. In questo post vediamo di ricapitolare la situazione così da preannunciarvi quali saranno i prossimi articoli tecnici che pubblicherò entro fine anno.

Nota: l’uso del plurale in alcuni verbi non è in forma maiestatis ma è necessario quando mi riferisco a progetti realizzati in collaborazione con altre persone.

ADC Sigma-Delta a 24 BIT con LTC2484

ADC 24 bit LTC 2484 SnipCardCon Seletronica abbiamo progettato una SnipCard per Archiduino usando il noto componente LTC2484, prodotto dalla Linear Technology con package DFN a 10 pin, ottenendo risultati davvero interessanti a un costo contenuto. Dai test effettuati siamo riusciti a contenere il rumore entro il limite di +/- 0,1 microvolt. Significa che abbiamo una risoluzione “silenziosa” fino a 1 microvolt (0,000001 volt) e possiamo leggere segnali direttamente dai sensori sotto misurazione senza usare amplificatori intermedi! Maggiori dettagli saranno disponibili nell’articolo, mentre in un post a parte parlerò dell’ottimo controller Archiduino, prodotto da Seletronica, 100% compatibile con Arduino, certificato in classe A per uso industriale e civile.

MODO – Carico elettronico modulare

Mosfet dummy load - Particolare Mosfet IXYSSebbene il mercato offra già diversi prodotti per vari gusti e budget, con MODO abbiamo pensato al vostro portafogli: questo electronic dummy load è infatti modulare e scalabile, permettendo di iniziare con un investimento minimo per un modulo da 100 Watt, per poi ampliare fino a 2000 Watt e oltre (il limite reale non esiste se non nella crescente difficoltà di dimensionamento dei conduttori di carico) sempre a step di 100 Watt. Abbiamo anche pensato di offrire un’ampia scelta di opzioni di controllo. MODO è infatti gestibile in modo analogico “puro” o in digitale via microprocessore con vari livelli di complessità per il controllo della temperatura e l’analisi e l’esportazione dei dati raccolti. Stiamo completando i test in laboratorio e, appena pronti, pubblicheremo i dettagli e metteremo a disposizione nella sezione e-commerce (in allestimento) schede, componenti, kit di montaggio e/o prodotto montato e collaudato.

Mini PSU e Mini step-down

Mini Step DownAnche nel nostro piccolo capita quasi tutti i giorni di avere bisogno “al volo” di un piccolo convertitore di tensione continua o di un alimentatore di dimensioni ridotte. Per evitare di armeggiare ogni volta con basette sperimentali millefori e cavetti volanti, abbiamo deciso di realizzare una linea di schede pronte all’uso e di dimensioni veramente contenute. Abbiamo optato per la soluzione con normalissimi regolatori lineari (LDO) perché molto più “silenziosi” che i loro colleghi a commutazione (switching) e sicuramente più adatti ad alimentare schede delicate o sensibili come quelle che lavorano in digitale. A breve faremo un post specifico e metteremo a disposizione sullo shop le varie versioni, sempre con la formula solo scheda (bare board), kit di montaggio o prodotto montato e collaudato.

Nuova CPU per Archiduino con processore Atmel ATMega 1284

ATMega 1284 TQFP 44 pinsHo partecipato, seppure con un modestissimo contributo, alla progettazione della nuova CPU per Archiduino, il controller di cui vi ho già accennato e di cui parlerò più approfonditamente in un apposito articolo. Archiduino è nato con il processore ATMega32U4, la stessa CPU montata su Arduino Leonardo. Purtroppo per determinati tipi di applicazioni, dove la complessità del programma o l’uso di librerie particolarmente corpose richiedono un notevole spazio di memoria (vedi librerie Ethernet per schede basate su ENC28J60 e simili, tanto per fare un esempio), serviva una CPU che disponesse di risorse maggiori e quindi si è optato per il processore ATMega 1284. Nell’articolo che pubblicherò descriverò il pinout, il tipo di bootloader utilizzato e parlerò dei dettagli relativi alla scheda realizzata da Seletronica.

Lettore di chiavi Dallas iButton in versione USB HID

Lettore chiavi Dallas iButton HID USBNovatronica ha progettato e realizzato un lettore di chiavi Dallas iButton che opera sia in modo USB seriale che in modalità HID in emulazione di tastiera. Lo strumento, nella sua semplicità, offre quindi una soluzione driverless per tutte le esigenze di lettura di chiavi di identificazione iButton e lo fa in uno spazio molto contenuto (il box è di appena 35 mm per lato). Ho partecipato a questo progetto in veste di montatore di prototipi e saldatore di CPU, che in questo caso era il buon ARM STM32F103 in formato LQFP64. Il dispositivo è già in vendita sul sito Seletronica. A breve farò qualche test e pubblicherò una recensione, quindi tenete gli occhi aperti

A2SC Shield

AR2INO SHIELDAbbiamo progettato una shield in grado di ospitare a bordo fino a cinque SnipCard (il formato di schede nato per il sistema modulare di Archiduino). Questa board consentirà a chi ha già un Arduino Uno, o qualsiasi altro Arduino con medesimo layout dei connettori, di usare le potenti SnipCard di Archiduino senza dover cambiare la sua amata CPU. Se fate un giro sui siti di Seletronica o di Archiduino potrete vedere la gamma completa di SnipCard e il loro utilizzo. Alcune di esse hanno funzionalità simili ad altri shield di Arduino, quindi vi domanderete: perché usare le SnipCard? La differenza sostanziale fra shield tradizionale e la SnipCard è principalmente nel livello di protezione che quest’ultima offre: per ogni canale di comunicazione I/O ci sono scaricatori di extratensioni, diodi TVS (transient voltage suppressor) e filtri RF che proteggono la vostra CPU da extratensioni, disturbi elettromagnetici, surges, spikes e altri fenomeni mediamente letali per il vostro Arduino. Con le SnipCard non avrete mai più periferiche e sensori connessi direttamente ai pin della CPU!

MICIO

Micio - SeletronicaMICIO (acronimo di Microprocessor Input/Output) è un sistema modulare nato per montaggio su barra DIN, 100% compatibile con Arduino. Una macchina con queste caratteristiche si adatta bene alla realizzazione di dispositivi industriali in cui risulti necessaria una buona capacità di elaborazione dati. Era già disponibile una versione con processore STM32 ARM CortexM3 a 32 bit – programmabile in .NET – e quindi, come per la CPU di Archiduino, Seletronica ha creato una versione compatibile Arduino con processore ATMega 1284. Il mio contributo in questo progetto è stato del tutto marginale e limitato alle tabelle parametriche degli I/O che avevo preparato per la CPU di Archiduino con il 1284 e alla saldatura dei componenti sui prototipi (qualche TQFP a 44 pin è sempre un buon allenamento per chi ama questo mestiere).

MinimaxProjects

Minimax ProjectsInfine vi annuncio che ho “ereditato” gli articoli tecnici apparsi sul sito MinimaxProjects.org. A breve li pubblicherò su questo blog sia in inglese che in italiano. Purtroppo gli amici di Minimax, per sopraggiunti limiti di età e per il sempre minor tempo a disposizione, non possono proseguire nel divulgare il frutto di anni di minimalismo zen applicato all’elettronica (just don’t ask) e quindi mi hanno chiesto di dare continuità a quanto fatto finora, e soprattutto di salvare qui i loro post prima che il dominio scompaia dal web alla scadenza dei termini. Ringraziandoli per la fiducia riposta, spero di essere all’altezza e spero che la loro esperienza sia d’ispirazione per voi come lo è stata per me. Non escludo che in un prossimo futuro torni in loro la voglia di riprendere in mano gli innumerevoli “cheese paper projects” (progetti su carta da formaggio) che hanno annotato in decenni di attività professionale. Non escludo neppure che un giorno uno di loro bussi alla mia porta e mi lasci un plico di questi meravigliosi progetti scritti a mano, pronti – o quasi – per la pubblicazione. Staremo a vedere, intanto… arrivederci, Minimax.

 

Bene, con questa corposa panoramica spero di aver stuzzicato il vostro appetito al punto di istigarvi a iscrivervi alla newsletter, di cui trovate apposito form di iscrizione nel footer del sito. In tal modo potrete rimanere aggiornati sui nuovi articoli man mano che usciranno. Se volete potete anche iscrivervi al feed RSS e, se avete un account sui principali social network, potrete veder comparire gli aggiornamenti sulla mia/nostra attività (troverete le icone per l’iscrizione in basso a destra, nel footer del sito).

 

Come rimuovere il banner di Offers4U da Firefox

Come rimuovere il banner di Offers4U da Firefox

In questo post cercherò di aiutare qualche utente disperato che si è trovato – come il sottoscritto – a dover fare i conti con un parassita, ovvero un fastidiosissimo banner pubblicitario di Offers4U che compare sulle pagine di eBay e di Amazon.

Premessa

Iniziamo da lontano, cioè da quando avete installato il componente aggiuntivo SaveFrom.net – helper (non metto il link perché ultimamente è segnalato come sito diffusore di malware, e questo dovrebbe già farvi capire di cosa sto parlando). Bello poter scaricare i video di youTube e di Vimeo sul vostro computer prima che la mannaia della censura li faccia rimuovere, vero? Crociate libertarie a parte, sembra che un recente aggiornamento del componente aggiuntivo per Firefox di cui sopra abbia aggiunto la meravigliosa feature consistente nel piazzare automaticamente – e subdolamente – un banner pubblicitario in basso a destra sui siti di Amazon ed eBay. Il banner appare con in bella evidenza la parola “Offerte” e almeno quattro immagini di prodotti simili a quello che state cercando. «Niente di male» direte voi. Già, in sé non è pericoloso, ma significa che qualcuno (o qualcosa) hanno preso possesso di un pezzetto del nostro browser, e questo dovrebbe darci molto fastidio. A me, per lo meno, sì.

Subdolo parassita

Quando l’ho visto per la prima volta pensavo si trattasse di una funzione aggiuntiva del vendor, ma poi ho notato – non senza un certo stupore – che il banner di Offers4U promuoveva su eBay dei prodotti venduti su Amazon. Se vogliamo giocare con delle locuzioni eufemistiche, diciamo che la cosa mi ha insospettito e mi ha spinto a indagare, se non altro perché detesto profondamente avere il computer a servizio di qualcun altro, men che meno al servizio di un adware. Spulciando fra le estensioni e i plugin di Firefox non ho trovato nulla che mi indicasse quale fosse il programma che generava questo banner, e neppure analizzando il componente con Firebug non ho ottenuto informazioni utili, salvo il fatto che tutto il suo codice era hardlinked da altrove (lo so, è un’ovvietà, ma lasciatemi dire).

Google non è d’aiuto (ma non è colpa sua)

Ho così cercato sul web e mi sono trovato di fronte a un centinaio di risultati che portavano ognuno al proprio nuovissimo, utilissimo e gratuitissimo malware removal tool. Attenzione: nessuno di questi siti vi darà indicazioni valide, le informazioni sono generiche e principalmente studiate per spingervi a installare dei software di protezione/pulizia che a volte sono peggio del problema che state cercando di risolvere. Sta di fatto che, disgustato dal continuo comparire del banner, ne ho provati un paio – Malwarebytes e SpyHunter – dopo aver fatto la solita scansione con Spybot Search and Destroy, ma nessuno di questi ha rilevato un potenziale colpevole, anzi, la cosa di cui si preoccupavano di più era di obbligarti a fare la registrazione online per soli 29 euro (quando ho detto “gratuitissimo” ero sarcastico, se non si era capito). Uno in particolare, SpyHunter, fa la scansione, rileva “potenziali” minacce e poi o paghi oppure non fa neppure un tentativo, e peggio ancora alla disinstallazione obbliga a riavviare il sistema senza darti altre opzioni. Una vera cacca, diciamolo.

Come possiamo rimuovere il banner di Offers4u?

Come rimuovere il banner di Offers4U da Firefox

Finestra delle opzioni di SaveFrom.net – Helper, notare l’ultima casellina in basso (da cui va tolto il segno di spunta).

Fin qui la parte guidata dalla pelandronite, che non ha dato risultati. Così ho usato il vecchio metodo: disattivare tutti i componenti di Firefox e poi provare, attivandoli uno a uno, a fare il refresh della pagina di eBay. Alla fine è venuto fuori il colpevole, appunto SaveFrom.net – helper.

Quindi, in conclusione, per liberarvi da questa tigna schifosa seguite le istruzioni:

  • aprite i componenti aggiuntivi di Firefox
  • cercate SaveFrom.net – helper
  • cliccate sul pulsante “Opzioni”
  • nella finestra che si apre, cliccate sul pulsante “Settings”
  • andate a fondo pagina e cercate la checkbox denominata “Advisor
  • togliete la spunta et voila, il problema è risolto.

Questo vale solo se avete il vizietto di scaricarvi localmente i video di YouTube o di Vimeo e vi piace usare appunto il plugin SaveFrom.net – helper. Se invece vi è servito una volta sola allora fate come me: disinstallate questo componente e non installatelo mai più. Per il solo fatto che un bel giorno il suo programmatore ha deciso – senza dirvi nulla, ovviamente – di installare nel vostro browser un adware. Avrebbe potuto fare di gran peggio, e questo non deve accadere.

 

Installare Visual Basic 6 su sistemi Windows 7 a 64 bit

Installare Visual Basic 6 su sistemi Windows 7 a 64 bit

Una panoramica sul caro, vecchio Visual Basic 6 e un modo pratico per riuscire facilmente a installarlo in ambiente Windows 7 a 64 bit.

Nota: se avete fretta e non volete leggere tutto lo sproloquio introduttivo, le istruzioni per installare VB6 su Windows 7 a 64 bit sono al fondo del post.

Ho letto di recente alcune statistiche d’uso relative agli ambienti di sviluppo per sistemi Microsoft e, come sospettavo, ho scoperto che c’è ancora una nutrita schiera di programmatori che fanno codice su Visual Basic 6. Il motivo? Pensate a cosa accadde fra la fine degli anni 90 e i primi anni 2000: grazie a tool di sviluppo come Visual Basic, che costavano poco e che erano relativamente facili da usare, molte aziende decisero di informatizzare di più e meglio le loro attività. Inoltre, grazie alla forte domanda delle PMI, molti programmatori (nuovi e riciclati da vecchi ambienti) videro in Visual Basic 6 la soluzione meno costosa e più versatile per creare applicazioni di – quasi – qualsiasi fascia.

Visual Basic 6 è solo questione di cuore?

Vennero così alla luce interi ERP scritti con quel nobile linguaggio, oltre a programmi di controllo macchine, sistemi di misurazione, piattaforme di raccolta dati eccetera. Molte aziende, fatto l’investimento e ottenuto i risultati sperati, considerarono il Visual Basic 6 come un punto d’arrivo, e non una sorta di passaggio verso il futuro. Accadde così che, all’avvento dei sistemi di sviluppo basati su .net (che promettevano molto) pochissimi imprenditori ebbero il coraggio – e il denaro – per fare il salto evolutivo che li avrebbe (forse) salvati dall’invecchiamento del VB6.

Per quanto riguarda i programmatori, molti scelsero consapevolmente di non passare al .net perché, non appena scoprirono l’immane cazzata fatta da Microsoft nell’ignorare la backward compatibility, si domandarono: “Quindi adesso che ho appena preso confidenza completa con il VB 6 dovrei imparare un linguaggio nuovo? Perché??”.  Poi, assaggiata la IDE del Visual Studio .net, quei pochi che resistettero per più di 5 minuti senza urlare dallo sconforto, di lì a breve si sarebbero ritirati a vita monastica.

Nel calduccio della propria casetta…

Scherzi a parte, uno dei difetti dei programmatori “di una certa età” è di sentirsi al sicuro nel proprio ambiente di sviluppo, cosa che non li spinge certo a cercare nuovi sistemi, nuove avventure e nuovi grattacapi. Neppure l’imprenditore che – spesso forzatamente – naviga a vista e cerca di tirare avanti la carretta con risorse striminzite, sente la necessità (e men che meno il dovere) di fare un passo del genere. Lui non sa cosa voglia dire VB6 o .net, e soprattutto non gli interessa. Lui dice: “I computer ci sono, le licenze dei sistemi operativi le abbiamo pagate, l’investimento sul software customizzato lo abbiamo fatto appena 5 anni fa, ergo adesso non spendiamo un centesimo perché: a) funziona, b) è pagato, c) al diavolo l’evoluzione“. Ottuso? Forse sì, ma devi decidere fra il pagare i fornitori e gli stipendi o il riscrivere tutto il software di controllo industriale perché Microsoft non supporta più ciò in cui hai creduto fino a ieri, beh, non credo sia difficile capire (e condividere) quale ovvia scelta verrà fatta.

…oppure in una tenda nei boschi?

Se escludiamo i cambiamenti forzati da eventi esterni, chi mai abbandonerebbe il comfort della propria casa per trasferirsi definitivamente a vivere in una tenda piazzata in boschi sconosciuti? Magari una prova la puoi fare, magari un paio di volte puoi godere dell’arietta fresca del mattino, magari scopri aspetti del tuo carattere che, nella routine del tuo territorio abituale, potresti non notare mai. Però significa dover cambiare radicalmente il tuo modo di approcciare anche le minime azioni quotidiane: per farti una doccia preferisci la vecchia, obsoleta, costosa acqua corrente, oppure non vedi l’ora di camminare nell’ignoto per 20 minuti (o 5 ore, dipende) per cercare una sorgente che avrà sì l’acqua più pura del mondo ma che ti è costata fatica e che ti permette appena di sciacquarti la faccia e magari un po’ anche le ascelle e ti fa trasalire ad ogni schizzo perché freddissima? E finché è estate va bene, ma poi quest’inverno che si fa?

Come si fa a installare Visual Basic 6 su sistemi Windows 7 a 64 bit

Tralasciando altre metafore (finalmente, direte) veniamo al dunque: grazie a quel processo sadico di Microsoft secondo cui un ambiente di sviluppo meraviglioso come il VB6 non meritava di essere ulteriormente supportato, lasciando inorriditi milioni di programmatori che lo amavano e lo amano tuttora, oggi è praticamente impossibile installarlo su sistemi Windows 7 a 64 bit usando il suo setup. Grazie all’estro di alcuni personaggi della Rete, però, è stato da tempo pubblicato in vari siti l’apposito workaround, segno che “ok, .net è il futuro, ma io voglio installare il VB6” non è una cosa che ho pensato solo io. Per comodità ve lo riporto qui, dando così un senso al titolo del post. Vediamo quindi come fare:

1) creiamo un file vuoto nella cartella c:\windows e denominiamolo MSJAVA.DLL (passaggio non indispensabile, il sistema pare funzionare lo stesso, ma così consigliano i guru)

2) copiamo il CD n. 1 di Visual Studio 6 in una cartella sul disco fisso del pc, chiamandola ad esempio VS6SETUP

3) apriamo la cartella appena creata, apriamo la sottocartella Setup e cerchiamo i files con estensione *.stf

4) a seconda della versione di Visual Studio 6 che intendiamo installare, il file potrà chiamarsi in modo diverso (vb98pro.stf oppure vs98ent.stf eccetera). Ciò che importa è l’estensione *.stf

5) quando troviamo il file in questione, ne facciamo due copie nella stessa cartella

6) una delle due copie appena fatte la rinominiamo in acmsetup.stf e l’altra in acost.stf

7) infine selezioniamo tutto il contenuto della cartella Setup, lo copiamo e lo incolliamo nella cartella superiore (che abbiamo chiamato VS6SETUP in questo esempio)

8) coi privilegi di amministratore eseguiamo il programma acmsetup.exe, dovrebbe avviarsi l’installazione senza altri problemi

9) in caso compaia ancora qualche messaggio di errore (cosa accaduta in un paio di situazioni) di solito basta riavviare il programma acmsetup.exe, e poi fila tutto liscio

Per installare il service pack 6 si procede nello stesso modo, facendo però attenzione che il file *stf si troverà nella cartella principale e non in una subfolder Setup (quindi niente copia dopo la creazione dei due files aggiuntivi).

È tutto. E se vi accade di sentirvi dire “ma come, ancora con VB6?” non fatevi prendere dallo sconforto o dall’ira funesta. Vi basterà pensare che ancora oggi ci sono persone ben pagate per scrivere o modificare programmi in RPG IV.

Preamplificatore Sansui C-1000: riparazione e ringiovanimento

Preamplificatore Sansui C-1000: riparazione e ringiovanimento

Un antico preamplificatore Sansui C-1000 alle prese con problemi di invecchiamento dei condensatori.

(immagine di copertina: credits @ Retrotronics)

Un cliente mi ha chiesto se potevo dare un’occhiata al suo sistema hi-fi un po’ datato (Sansui C-1000 con finale Sansui B-3000) per capire come mai la gamma dei medio alti fosse completamente appiattita e i bassi fossero “impastati” e poco definiti. Sono andato sul posto per sentire l’impianto connesso ai diffusori originali e vedere che non ci fossero problemi dell’insieme, piuttosto che della sola elettronica. Dopo un rapido ascolto e una verifica d’insieme dell’impianto (che – va detto – era allestito in modo curato e attento, con cablaggi adeguati e corretta disposizione spaziale), ho potuto soltanto teorizzare un probabile guaio dovuto all’età dell’insieme pre+amplificatore, confermata anche dall’ascolto in cuffia sul solo preamp.

Per individuare un problema di questo tipo di solito è sufficiente un orecchio attento. Certo, ci sono impianti magari sofferenti che però sono connessi a diffusori di fascia così bassa che non riescono a riprodurre metà dello spettro audio: in simili situazioni è difficile capire se l’amplificazione è da rivedere, o se sono le casse da buttare in discarica.

Si è deciso quindi di “operare”.

Lo schema

Per un riparatore, uno dei problemi principali dei sistemi commerciali è trovare gli schemi elettrici degli apparati. Quando ho iniziato a “divertirmi” con questo tipo di interventi, internet era stata inventata da poco e non era ancora diffusa nel mondo, tantomeno in Italia, storico fanalino di coda nella scala evolutiva occidentale. Quindi, o avevi il pezzo di carta, oppure potevi smarrirti in decine di telefonate alle succursali del produttore che immancabilmente ti dirottavano al centro di assistenza più vicino, che a sua volta si trovava almeno a cento chilometri dalla tua residenza e spesso pretendeva di fare l’intervento direttamente, non dava consigli e non spediva ricambi.

L’opzione più praticata era quella di dedurre uno schema di massima guardando le piste e i componenti sulle schede, con notevoli possibilità di errore e – spesso – impossibilità di reperire informazioni adeguate sui circuiti integrati con sigle non comuni. Se un guasto era “facile”, ovvero comportava la presenza di un componente scoppiato, bruciato o dissaldato, in genere si risolveva rapidamente. Altrimenti alimentavi il circuito e spruzzavi lo spray surgelato per individuare i componenti che andavano troppo in temperatura. O, ancora, in base allo schema dedotto procedevi con metodo euristico/tentonico (cioè a tentoni: seguire la logica e abbozzare quando questa non è sufficiente) e sostituivi ciò che più probabilmente poteva essere guasto.

Oggi c’è Internet e (quasi) tutto è reperibile online. Per fortuna, anche lo schema del Sansui C-1000. Da un primo sguardo risulta un discreto sforzo della Sansui nel realizzare un prodotto non proprio di fascia bassa. Le sezioni sono ben distinte, i componenti spaziati e ben disposti, c’è buona separazione fra i vari moduli e i cablaggi sono ridotti al minimo. Il tutto a conferma di ciò che il cliente stesso – a sua volta buon conoscitore dell’ambiente audio – è riuscito a raccogliere in termini di informazioni sul suo impianto: a quanto pare la Sansui, dopo un relativo abbandono del fronte europeo, alla fine degli anni ’80 decise di lanciare una linea più accattivante per riconquistare la sua quota di mercato. Realizzò così – insieme ad altri prodotti – il C-1000, da accoppiare ad esempio a uno dei finali B-1000 o B-3000.

Qui lo schema in PDF, per chi volesse studiarselo: sansui_c-1000_stereo_amplifier

Prime impressioni dopo l’apertura

Sansui C-1000 dopo l'apertura

Sansui C-1000 dopo l’apertura

A una prima occhiata si denota una buona costruzione, ben divisa, come già visto nello schema. I cavi volanti sono pochissimi e sono riconducibili a masse e distribuzione di alimentazione. Alcuni ponticelli nella sezione audio sono un po’ troppo lunghi e sono sintomo di un contenimento costi che ha impedito di rifare tutte le pcb a fronte di un problema riscontrato solo dopo la produzione. Oppure, forse ancora più probabile, la stessa piastra è un derivato di un progetto o di una versione precedente, adattata allo scopo.

Un dettaglio attira subito la mia attenzione: c’è sul pannello posteriore una presa a 220 volt che fa da “rinvio” per collegare il finale. All’interno del case essa è cablata a vista, senza alcun isolamento. Prima di qualsiasi altra operazione provvedo subito a isolare i contatti con del buon nastro da elettricista: non intendo assolutamente rischiare di toccare la 220. Per i principianti: c’è un motivo per il quale ci sono etichette di avviso di pericolo di morte se si apre un apparecchio alimentato a tensione di rete. Se non sapete cosa state facendo, non toccate nulla!

A discapito della qualità progettuale c’è una pecca considerevole: i componenti non sono particolarmente selezionati. In special modo, i condensatori elettrolitici sono fin troppo normali, per non dire cheap. Non c’era magari la pretesa di vedere componentistica di qualità audio in un pre di stampo consumer, ma si sperava almeno che ci fossero condensatori di buona marca e con caratteristiche tecniche più adeguate rispetto a quelle di quei miseri Tracon. Certo, uno dice: “Dopo quasi trent’anni non vorrai pretendere che gli elettrolitici siano come nuovi”. No, certo che no. Ma se fossero stati “buoni” non avrebbero dato (probabilmente) problemi.

Sezione di alimentazione

Sezione di alimentazione

Condensatori fusi

Condensatori fusi

La sezione di alimentazione presenta dei condensatori di livellamento tirati per il collo, pure questi di marca ciofeca (Taicon). A fronte di un’uscita stabilizzata a 12 volt, i condensatori sono di soli 16 volt/lavoro, mentre quelli in ingresso sono da 25 volt. La mamma mi ha sempre detto: “Non lesinare sui volt lavoro, mettili sempre belli grossi, se hai 12 volt mettili almeno da 25, dureranno di più”. La mamma aveva ragione: illuminando la sezione di alimentazione scopro che i condensatori hanno “versato” sulla scheda. Sono fusi, in pratica. Anche grazie al calore emesso da un povero 78M12 con aletta di raffreddamento sottodimensionata: ha fatto un alone brunito sopra e sotto il pcb cuocendo anche i condensatori. Un macello, bisogna sostituire tutto e mettere un’aletta adeguata.

L’intervento

Terminata l’analisi dello schema e la verifica visiva dei componenti sulla scheda, procedo a inventariare il necessario e a ordinare i condensatori audio grade per fare il revamping. Quando ricevo la merce dal fornitore rimuovo la scheda del controllo toni dai suoi supporti, dopo aver disconnesso gli spinotti cablati e aver svitato le ghiere dei potenziometri a pannello. Quest’ultima operazione comporta l’uso di chiavi a bussola da 12 (tipiche dei Giapponesi) con struttura sottile, altrimenti non entrano nelle sedi cave del pannello frontale. Una bella soffiata per rimuovere i residui di polvere non guasta. Per dissaldare i componenti uso un dissaldatore professionale con pompa a vuoto, in modo da non danneggiare i solder pad e, soprattutto, in modo da non impiegare troppo tempo con pompetta manuale e/o calza di rame. Se effettuato con adeguata cura, questo intervento consente di vedere i componenti vecchi cadere sul piano di lavoro per la sola forza di gravità. Non è consigliato il metodo dello “scalda e tira”, perché il rischio di danneggiare le piste è elevato (piste che, come detto, hanno un’età e potrebbero risentire di sollecitazioni meccaniche anche minime).

Audio grade, of course

Audio grade, of course

Una volta rimossi i vecchi condensatori, procedo a misurarne alcuni con un ponte LCR professionale per capire se e quanto sono invecchiati: due parti da 2.2 uF di targa danno un valore di 1,8 uF. Uno di 10 uF nominali dà 6 uF reali. A parte valori di ESR abbastanza alti, non ci sono particolari sconvolgimenti (cioè condensatori con valore reale inferiore del 50% rispetto a quello di targa) ma nei circuiti audio queste differenze possono farsi sentire eccome, specie se i condensatori sono già di bassa qualità in partenza. Ecco che è il momento di inserire i nuovi componenti: facendo attenzione a rispettare le polarità, non sempre chiare sulla serigrafia della scheda, posiziono tutti i condensatori e procedo alla saldatura. Colgo l’occasione per ripassare anche un paio di saldature “brutte”, male non gli fa.

Finita la scheda del controllo toni è il momento della piastra principale. I componenti audio da sosotituire sono pochi, ma la sezione di alimentazione è brutta e ha bisogno di discrete cure. Soprattutto per quanto riguarda il regolatore di tensione, che richiede un componente più robusto e un dissipatore più adeguato. Così metto un 7812C, che regge fino a 1 ampere di corrente, contro i 500 mA del 78M12. Il dissipatore lo ricavo da uno di recupero, tagliandone una fetta perché lo spazio a disposizione è scarso. Tutti i condensatori di filtro a monte e a valle vengono sostituiti, riportando l’alimentatore agli antichi splendori.

L’ascolto dopo l’operazione

Rispetto al “prima” non c’è paragone. La gamma medio alta è densa, calda, ben definita e – finalmente – espressiva. I tweeter sembrano cantare di gioia nel veder finalmente arrivare un po’ di pane per i loro denti. E qui mi fermo. Sì, perché potrei andare avanti per ore a scrivere della qualità del suono, o potrei pubblicare grafici e dati fino ad annoiarvi. Purtroppo però sono uno di quelli che sostiene fermamente la soggettività del gusto. Ciò che io sento perfetto, magari per un altro è mediocre, e viceversa. È perfettamente inutile scrivere altro, se non che sono molto soddisfatto del miglioramento ottenuto. Vedremo se l’orecchio esigente del cliente percepirà le stesse cose.

Test temperatura dopo il revamping

Test temperatura dopo il revamping

Faccio ancora un test prolungato per misurare il calore emesso dal regolatore di tensione che pare finalmente essere tornato in sé, emettendo solo 35°C dopo due ore di funzionamento. Prima, trascorsi 10 minuti, era sui 55°C. Completo le misurazioni godendomi ancora per un po’ il risultato ottenuto, poi richiudo il tutto, faccio la pulizia completa del case esterno e reimballo il pezzo in attesa di consegnarlo al cliente.